VIII
Posted in Riflessioni, terrastraniera on novembre 15th, 2010 by terrastranieraPasquale ha sempre il problema del quarto infarto in arrivo e io sempre meno paura della sua follia. Parlare con Pasquale è come catapultarsi in una commedia di Ionesco in cui hai la parte da protagonista. Non è difficile. Basta abituarsi ad attaccare una parola dietro l’altra non seguendo un preciso concetto, ma un’associazione di suoni.
«Lei ne capisce abbastanza di cuore ?»
«Un po’.»
«Volete metterci mano voi nel secchio della spazzatura ?»
«Pasqua’, ti stanno già curando dei bravi cardiologi.»
«Curando. Curando è una parola grossa. Quello sulle carte sta scritto: il fatto è grave. E quando sta scritto sulle carte… come si dice ? Carpa cantat !»
«Carta. Carta canta, Pasqua’. Vuol dire che una cosa quando è scritta ha più valore.»
«E come fa a cantare la carta? La carpa invece è un pesce muto. Se si mette addirittura a cantare, vuol dire che il fatto è grosso !»
«!!»
«Dottore’ c’ha fatto caso che le signorine nostre dell’autostrada sono tutte maleducate ?»
«Quali signorine ?»
«Quelle del casello. Invece quelle degli altri caselli sono educate, gentili. Le nostre sono zotiche. Non salutano, non ringraziano…»
«Pasquale, ai caselli dell’autostrada non ci sono signorine. Quelle che senti sono voci registrate. »
«Dottoressa cara, le signorine nostre quando tu devi passare e bussi e ti danno il biglietto dell’autostrada sono antipatiche, e sono antipatiche pure quando gli ridai il biglietto e metti i soldi quando esci. Non c’è niente da fare, sono signorine inferiori !»
«Ma…»
«Voi da quando siete arrivata qua, avete visto le bellezze del posto ?»
«Qualcosa. Si, credo di si.»
«E avete visto il famoso lago della città ?»
«No. Non sapevo ci fosse un lago. Come si chiama ?»
«Lago della città. Come si deve chiamare ?! E’ bellissimo. E’ pieno di flora marina.»
«E’ un lago di acqua salata ?»
«No dottore’, di acqua di lago. Che c’entra l’acqua salata ? Quella è l’acqua della pasta !»
«E allora perché c’è la flora marina ? Che flora marina …?»
«Pesci dottoressa, tanti pesci !»
«?!»
«E il posto dove andiamo oggi, Avezzano, lo conosce ?»
«Così, non molto bene.»
«E’ molto bello. C’è tutta una terra intorno e dietro a questa terra c’è Casetta Barrea.»
«Villetta Barrea , Pasqua’.»
«Non ne conosco di gente che ci tiene la villa a Casetta Barrea. Ma se lo dite voi, sicuramente ci sarà. Comunque dove stiamo andando, è una terra bella. E’ tutta deserta, ci tira sempre un vento forte, e poi ci fa sempre freddissimo.»
«E che cosa c’è di bello ?»
«E’ lontana e deserta come il deserto straniero! Voi l’avete mai visto il deserto straniero ?»
«Si, qualcuno si.»
«Ma perché ? Quanti sono i deserti stranieri ?»
«Un po’.»
«E sono uguali al deserto di Avezzano ?»
«Mah ! Forse. Comunque nei deserti stranieri, come dici tu, ci fa molto caldo.»
«Ah no, allora no. Allora sono deserti pericolosi. Mi fanno venire il quarto infarto. Lo vedete dottore’? E’ meglio il deserto di Avezzano. Le cose straniere sono sempre pericolose. E basta !! A proposito, se le piace la pastiera, per Natale gliela mando.»
Teatro dell’assurdo. Fine atto unico. Sipario.
VII
Posted in terrastraniera on novembre 4th, 2010 by terrastranieraLa prima volta che lo vidi dovevo accompagnare una paziente in una città vicina per effettuare un’indagine diagnostica. Mi si avvicinò e con un’allegria forse un po’ fuori posto mi disse:
«Buongiorno dottoressa ! io sono Pasquale, l’autista dell’ambulanza. E’ lei che viene con me ?» – rimasi interdetta. Mi dava del lei, parlava in italiano, era cordiale, allegro, educato.
«Si vengo io.» – risposi sorridendo, contagiata dalla sua allegria.
«Mi fa piacere! Sono proprio contento; finalmente una faccia nuova e non da zotica !»
«…!?» – ritenni opportuno e certamente più chic sorvolare sul commento.
«Lei viene certamente da fuori.» – Oddio ! di nuovo, la solita storia dell’estraneità.
«Si, vengo da fuori.» – devo sempre necessariamente rispondere.
«Eh cara dottoressa mia, questo è un posto brutto per quelli che vengono da fuori. Questo è un popolo di tarpani. Tarpani erano, tarpani sono e tarpani resteranno !!»
Rimasi muta, presi tempo, non sapevo cosa dire. Intanto avevamo fatto salire la malata, eravamo saliti noi e l’ambulanza era partita. Primi giorni di Agosto. Ore 10 del mattino. Un caldo terrificante si stava preparando a distruggere ogni essere vivente. Pasquale non sembrava accorgersene.
«Dottoressa gradite un po’ di sirena ?» – gradite a chi ? era passato al voi o si rivolgeva anche a qualcun altro ? Mi sentii comunque autorizzata a rispondere per tutti.
«Direi di no Pasquale. Non credo ci serva».
«Io faccio come dite voi. Se non la gradite non la metto. Ma a servire ci serve».
«Ma a che cosa ? Non siamo in emergenza. Abbiamo un appuntamento per un esame da effettuare. Lasciamo stare!»
«Ci serve a guadagnare tempo. Mettiamo la sirena, facciamo prima e ci fermiamo a un bel ristorantino a mangiare una bella mozzarella di bufala !»
«No Pasquale, non credo sia il caso.»- mi sforzai di non sembrare ostile.
«Una bella insalata di riso ?»
“No, no Pasquale. Non è il caso di fermarci a mangiare. E poi c’è la paziente…”
«Quella non la consideri dottore’. E’ zavorra inutile !!»
Ero certamente capitata in ambulanza con un pazzo. Con i pazzi bisogna stare tranquilli e non reagire in modo violento. Dargli anche ragione mi sembrò eccessivo.
«Io potrei morire in questo momento, lo sapete dottore’ ?» – guardai la paziente e l’infermiera (muta) che ci accompagnava.
«Non le guardate a quelle, già ve l’ho detto. E’ zavorra inutile. Sto parlando con voi. Io potrei morire adesso, all’improvviso. E con me tutti quanti. Voi e la zavorra.»
Un brivido mi percorse la schiena.
«Pasquale perché dici così ? Non sono cose belle a cui pensare.» – cercai di mantenere un tono di voce neutro e al contempo rassicurante.
«Lo dico perché già ho avuto tre infarti e sto aspettando il quarto.»
«E tu con tre infarti guidi le ambulanze ?!» – iniziavo ad alterarmi.
«Cara dottoressa se devo morire è meglio che muoio mentre guido !»
«Ma tu non sei solo mentre guidi !»- urlai in un principio di esasperazione e senza alcuna carità cristiana.
«Io porto zavorra. Pesi morti, già morti. Cose inutili. Mi dispiace solo per lei…»
Mi voltai verso l’infermiera, sempre muta (o sorda).
«Non la guardi a quella che è più peso morto dei pesi morti. Per lei , lei dottore’.»
Intanto l’ambulanza viaggiava a velocità pericolosa.
«Pasqua’ non c’è bisogno di correre tanto. L’ospedale mica scappa !» – ero stata colta da un inizio di rigidità muscolare diffusa. Mi sentivo confusa. Questo continuo passaggio dal lei al voi contribuiva ad aumentare il disagio.
«Gradisce un po’ di sirena ?»
«NOO ! Non la gradisco la sirena ! Non ci serve la sirena ! E non ci serve nemmeno correre così !!» – ero in balia di un pazzo pericoloso e stavo oramai perdendo la lucidità.
«Magari un po’ di insalata di riso più tardi ?» – un pazzo ebefrenico in attesa di morire per il quarto infarto.
«Senti Pasquale, perché invece non mettiamo un po’ di aria condizionata ?» – il caldo aumentava e io cercavo disperatamente di mantenere il controllo della situazione.
«Perché se l’attacchiamo l’ambulanza salta subito.»
«In che senso salta ?»
«Salta, salta. Salta per aria. Scoppia. Come dite voi? »
Aiuto ! Aiuto! Aiuto! Guardai furtivamente nella tasca del camice. Il cellulare era lì, a portata di mano. Ma chi potevo chiamare ? E come farlo senza che il pazzo reagisse malamente ?
«Comunque, visto che me lo chiede lei, voglio fare una prova. Mo’ l’accendo e vediamo che succede.»
«Ma no. Lascia stare. Non fa poi così caldo!» – 42 gradi circa con un’umidità del 90%.
«E no, no, no ! Se lei comanda, io eseguo. Poi mi hanno detto che il caldo forte fa venire l’infarto e io già c’ho un secchio della spazzatura al posto del cuore !!»
La velocità aumentava sempre più, il caldo anche, la follia pure e io iniziavo a sentirmi non benissimo. Calma. Bisognava stare calmi. Distrarlo. Tenere duro fino all’arrivo. Poi avrei avuto modo di avvertire qualcuno, chiamare i carabinieri, scappare… Mentre la mente cercava vie d’uscita possibili, all’improvviso un botto !! Fumo, scintille e fiammelle si appalesarono dal cruscotto davanti a me.
«AAAAHHHH !!» – un la diesis meraviglioso. La mia voce.
«Tranquilla, state tranquilla. Non succede niente. Mo’ finisce da solo. Io lo sapevo che scoppiava. Comunque si ferma subito. Prende fuoco solo l’ambulanza dentro. Fuori resta perfetta !»
«Adesso basta ! Fermati subito ! Fammi scendere e fai scendere anche la paziente e questa sordomuta che ti porti appresso ! Ora !!»
«Dottore’ quella è la fame che fa salire i nervi. Lei è sicura che una mozzarella di bufala con un po’ di insalata di riso non la volete ? »
Davanti ai miei occhi comparve all’improvviso, come a Bernadette il volto della Madonna, l’ingresso dell’ospedale. Pasquale inchiodò in derapage.
Non riuscivo a muovermi. Feci uno sforzo sovrumano. Scesi. Mi tremavano le gambe. Accompagnai la paziente a fare l’esame. I colleghi quando entrai mi guardarono, si guardarono e all’unisono dissero: «Pasquale !! Ha preso fuoco oggi l’ambulanza?»
Ma in che posto mi ero cacciata ? Un mondo di pazzi pericolosi. Di cretini integrali. Telefonai in direzione sanitaria. Non c’erano altre ambulanze disponibili. L’impiegata addetta precisò: «Dottorè ti sei messa paura di Pasquale ? Statte tranquilla che è il meglio ambulanziere che c’abbiamo. E’ strano ma è tanto bono de core !»
«Delinquenti !» – pensai.
In stato di eretismo psichico feci il viaggio eroico di ritorno. Scendendo non salutai.
«Dottoressa è stato un piacere viaggiare con lei. Alla prossima ! A rivederla !» – il pazzo si era ricompattato.
Salii in reparto e mi buttai sfinita sul letto del medico di guardia. Poco dopo sentii bussare. Con fatica andai ad aprire e un infermiere, porgendomi un pacchettino, mi disse:
« Tie’Dottore’, te lo manda Pasquale.»
Lo aprii. Una vaschetta di alluminio. Una porzione di insalata di riso. La mangiai. Per fare abbassare i nervi.
Attesa
Posted in Riflessioni on settembre 26th, 2010 by terrastranieraQuanto ancora dovrò morire
ascoltando il precipitare
nel baratro vuoto dell’attesa ?
Raggomitolata sul mio respiro
come un feto stanco,
combatto per una certezza di sole,
per non finire ancora
in autunno.
VI
Posted in Riflessioni on settembre 26th, 2010 by terrastranieraIl Pronto Soccorso del mio ospedale è un luogo felice. Un Pronto Soccorso allegro, scanzonato, divertente. La macchina dei Flintstones guidata da talpe ubriache. Non visitano, non valutano, non stabilizzano.
«Noi siamo qui per smistare» mi ha ripetuto più volte una delle talpe ubriache. Smistare chi ? Che cosa ?
«La gente che aspetta !» è stata la risposta colta. Presso il comando dei Vigili Urbani della città si tengono spesso corsi di smistamento per medici, perché non si creino strani traffici illeciti fra i pazienti. Ricoverano tutti, o quasi, in qualsiasi cosa assomigli ad un letto di degenza. Si dice che all’ingresso del Pronto Soccorso, sia stata segretamente installata una pompa idrovora che risucchia chiunque si trovi a passare nelle vicinanze. I malcapitati vengono successivamente sputati, con un meccanismo a tipo spurgo, in tutti i Reparti. Soprattutto nel mio. I primari dell’ospedale hanno eretto muri difensivi, barricate, scavato fossati con ponti levatoi, installato trappole al formaggio. Tutto per impedire la catapulta improvvisa e incongrua di gente nelle proprie divisioni. Nel mio Reparto non esiste un primario oramai da molti anni. In compenso è abitato da parecchi topi drogati appartenenti ad una specie affine a quella delle talpe alcoliste. Lo sputo sistematico da noi è quindi consentito senza limitazioni di sorta. Il problema è stato più volte sollevato; se ne è discusso in segreto a livello dei vertici aziendali. Sono tutti d’accordo. Le talpe sono un grave problema da risolvere. Sono stati infiltrati gatti di corpi speciali, addestrati alla cattura di temibili roditori, tipo zoccole del Tevere. Non se ne è avuta più notizia. Soltanto uno è stato ritrovato in farmacia, travestito da Gargamella, in stato stuporoso, intento alla ricerca di Puffi. Il farmacista è stato perciò costretto, per compassione, a vietare in ospedale, l’acquisto di Viagra. Serpeggia fra tutti il segreto terrore, nel caso di avvicinamento improvvido al Buco Nero Talpesco, di essere catturati e spediti ad allargare le fila dei condannati al ricovero. Le talpe intanto lavorano, alacremente. La loro occupazione preferita, quella che li diverte di più, consiste nel dare colori al ricovero. Ridono moltissimo soprattutto con il giallo e con il verde. Sono colori allegri, freschi, primaverili. E infatti li usano molto.
«Te lo dovevo ricoverare per forza, è un codice giallo !» cercano di coinvolgerti nella loro voglia di leggerezza.
«Ma in base a quale criterio è un codice giallo ? A che giochiamo oggi? Impariamo il semaforo? » mi riprometto sempre di farmi i fatti miei, ma è più forte di me, non ci riesco.
«Perché si vede subito che è giallo» e giù risate. Si amareggiano molto quando non ridi di gusto con loro, restano male.
«La, la, la, la, la, la, la, la, la…» cantilenano tappandosi le orecchie se insisti, «tanto non ti sento, tanto non ti sento…». Alle volte utilizzano forti dosi di mescal. Ma poi, fermi nella convinzione che il futuro è in technicolor, riprendono a lavorare. I colori vengono assegnati con criteri assolutamente soggettivi. Hai un ictus ? Il verde potrebbe rasserenarti. Una cistite ? E’ più opportuno il giallo. Per la pipì. Un ton sur ton. Quando il gioco dei colori li ha stufati, passano a quello del “facciamo che io ero il dottore e tu l’ammalato ?” e iniziano scrivere fingendosi medici.
“All’ esame del torace si sentono fischi, sibili, ronchi, rantoli, etc, etc”.
«Pioggia, neve, nevischio e grandine no?» suggerii alla talpa quando la chiamai. Si offese. Si arrabbiò. Non avevo capito il gioco.
“Il paziente riferisce che non ce la fa più”. Non ce la fa più perché è stanco? Non ce la fa più a pagare il mutuo? A ridere evidentemente, altrimenti cosa ? “Riferisce edemi declivi” è un’altra espressione giocosa che si ripete. Se le gambe sono gonfie si vede, non te lo devono riferire. Il disgraziato di turno però, te lo riferisce, e tu ? Glissi per discrezione ? Molto amato è anche il gioco dell’ indovina la stitichezza, in varie opzioni psico-estetiche: “Stitichezza molesta” – insofferente, “Stitichezza acuta e cronica” – prudente, “Stitichezza fissa”- ossessivo, “Brutta stitichezza”- per gli amanti del bello. Non esistono però codici nelle nuances del marrone e ciò è fonte per le talpe di estremo rammarico. Emottisi: emissione orale di sangue, proveniente dall’albero respiratorio, solitamente mediante un colpo di tosse. Questa è la definizione riportata su tutti i testi di medicina del mondo. “Il paziente riferisce emottisi”. Così era scritto nel verbale del primo soccorso di un paese vicino in cui lavorano altri roditori allucinati. Più in basso, nello spazio dedicato l’esame obiettivo si leggeva: “All’esplorazione rettale nulla di rilevante, si consiglia ricovero.” Dopo essere stato sodomizzato con simpatia, colui che aveva imprudentemente riferito l’emottisi venne, suo malgrado, mandato a far visita alle talpe felici che scrissero: “Paziente proveniente dal punto di primo soccorso. Riferisce emottisi. Si pratica esplorazione rettale con esito negativo”. Allegramente sodomizzato due volte per un colpo di tosse! Venne sputato nel mio reparto. Era un uomo relativamente giovane, silenzioso, con un’espressione grave, sofferente.
«La devo visitare» dissi
«Nooo ! – urlò tirandosi indietro, accortamente appoggiato con le spalle al muro – non l’ho fatto il sangue con la tosse. Mi so’ sbagliato. Quando è successo c’era poca luce. Posso andare a casa?» non aveva evidentemente gradito il gioco “indovina dove va il cetriolo ?” molto in voga in quel periodo. Dopo una lunga chiacchierata, gli spiegai che forse avremmo dovuto fare una broncoscopia.
«Che trattasi ?» chiese telegraficamente disorientato.
«E’ un tubicino che viene introdotto…»
«Per il buco di sopra o di sotto ?» mi interruppe, mentre inspiegabilmente ricompariva una espressione di terrore sul volto.
«Di sopra» mi affrettai a rassicurarlo.
«Va bene, meglio. Ma io la tosse non la faccio più. A me certi giochi non mi piacciono !» Un uomo non adatto al nostro Pronto Soccorso, drammaticamente privo di sense of humor.
V
Posted in terrastraniera on settembre 25th, 2010 by terrastranieraL’anamnesi. Conoscere il passato del paziente è un modo semplice e poco costoso di stabilire un contatto. Tutti i pazienti, o quelli che credono di essere tali, vogliono parlare. Raccontare la loro storia di malattia, vera o presunta. Raccontare la loro storia di vita. Raccontare. Mi sono sempre lasciata aiutare dalla voglia di parlare della gente. Per curiosità, per furbizia, per necessità. Ha sempre funzionato. Anche con le persone più schive, timide, introverse, reticenti. La peculiare caratteristica psicologica di ognuno di loro mi dava una mano, mi forniva indizi, mi lasciava intravedere una storia, cause, effetti, mancanze. Nella terra straniera dove lavoro adesso no. Non si comunica. Si parla, ma è vietato capirsi. Sono leggi delle tribù locali per le quali non esistono deroghe. Ho immaginato che potesse dipendere da un problema linguistico. Ho imparato il dialetto del posto. Non è bastato. Il muro resta. Ci si guarda, ci si parla, ci si tocca (io tocco, per evidenti necessità, loro no), ma non ci si capisce, è proibito, non si può.
«Di che malattie soffri ?» inizio paziente l’interrogatorio.
«Di niente» conosco già la risposta ancora prima che arrivi all’orecchio.
«Di che malattie hai sofferto in passato ?»
«…»
«Di niente» mi rispondo per aiutarmi.
«Che malattie ha avuto in passato ?» Provo con i familiari, attenti come pezzi di pongo al miracolo della conoscenza.
«lo siamo portato perché non steva bene, ci mancava la vita!» Il pongo si anima. Il prodigio sta per compiersi. La mancanza della vita, per gli autoctoni, è un’espressione magica che racchiude in sé tutti i trattati di Patologia Medica e Chirurgica e tutta la medicina specialistica esistente. L’ombra del niente.
Resto paziente, cordiale, inamovibile nella convinzione che prima o poi parleranno.
«Certo, mi rendo conto. Che medicine prende a casa ?» tecnica di aggiramento, provo a farli cadere in contraddizione.
«E chi se le ricorda ! N’ha cambiate tante !» davanti ad un plotone di esecuzione, in punto di morte, non si fanno i nomi dei complici.
«Diabete ? Pressione alta ?» il tono di voce cambia, sale di un’inezia, ma sale.
«Se ne so’ andati» sono addolorati.
«Chi se ne sono andati ?» chiede l’infermiere di turno per partecipare al dolore.
«La pressione e la diabeta» -«idiota!» Vorrebbero aggiungere ma non lo fanno in segno di estremo disprezzo.
«Benissimo. Carlooo !» urlo appena un po’, rivolgendomi all’infermiere, ancora fisso nell’espressione di dolore, sperando che attacchi cavi elettrici su tutta la superficie corporea del sospettato.
«Fai a questo signore un prelievo per routine ematochimica; ECG, EGA, richiediamo RX Torace, Ecocolordoppler TSA ed Ecocardiodoppler !!» colpi pesanti, sigle volutamente incomprensibili che nascondono torture inimmaginabili. Dovrebbero comparire gocce di sudore ad imperlare la fronte, pallore, tensione muscolare…
«Senti signurì, ma gl’dottore quanno vè ? Non ce ne stanno dottori oggi ?»
«Te la sei cercata brutto bastardo ! Adesso ti spacco la faccia !» Questo vorrei dire, questo vorrei fare. Abbattere il mostro e i suoi familiari con una 44 Magnum come l’ispettore Callaghan.
«Il medico sono io!» invece rispondo banale e rassegnata, con le forze ridotte al lumicino.
«Ah, scusami signurì se non te sò riconosciuta. Non te sei fatta riconosce! E poi sei pure mancinella!!» – l’essere mancini è una caratteristica di cui diffidare e che indica evidente inferiorità fisica e intellettuale – «Pure nepotema è mancinella, povera vuttera (povera bambina)!!»
Mi arrendo. Attonita, annichilita, mentre mi abbatto sulla scrivania ed esalo l’ultimo respiro, guardo Carlo che mi guarda incredulo – «Dottorè te sì mpazzita?!?» chiede collaborante. Il filo teso dell’interrogatorio non lo ha sfiorato.
«Signurì, tutte le cose che sì detta le so’ già fatte. Me fai fa’ una Risonante alla ciocca ? A me quella me serve !»
Muoio annegata nel pongo.
IV
Posted in terrastraniera on settembre 22nd, 2010 by terrastranieraOgni volta che, partita da Roma, supero sull’Autostrada l’uscita per Valmontone, mi viene un violento mal di stomaco. E’ più forte di me, di qualsiasi gioia mi capiti nella vita quotidiana, di qualsiasi distrazione io mi imponga. Anche a occhi chiusi il mio stomaco sa che sto entrando in un mondo parallelo.
L’unico antiemetico efficace, non sempre ma con sufficiente regolarità, è l’ironia. L’ironia globale, quella che colora te stesso, gli altri, la tua macchina, i familiari, gli amici, il lavoro.
Il lavoro dove lavoro io !! (lo so, è uno scempio linguistico, ma il mio è un lavoro doppio). E’ lì dove va versata a secchiate, senza posa, in maniera indefessa, l’ironia. Va cercata, creata, inventata, anche se non c’è, se non ne avresti voglia, se non hai più forza.
Recentemente un vecchietto ottantenne mi ha chiesto insistentemente di essere ricoverato in Reparto per qualche giorno. Non capivo, non ne aveva bisogno, non avevo posto.
“Signurì, mi devi ricoverà a forza !” – mi ha detto all’ennesimo rifiuto.
Forse sono utili alcune precisazioni linguistico-sociologiche. Al lavoro dove lavoro io (doppio) i pazienti maschi si rivolgono ad un medico donna esattamente con questa successione:
1.Bella fè (bella femmina), epiteto in genere urlato con l’intensità di chi sta per annegare e chiama il bagnino ad una distanza di circa 500 metri. Se tu, la bella fè, capisci il dialetto e quindi il significato dell’appellativo, ti fai girare le palle e non rispondi fingendo nonscialans, si passa a
2.Signurì (signorina). Indifferentemente utilizzato per donne dai 15 ai 97 anni. E’ più gentile ma se tu, la signurì, ti senti sminuita nel tuo ruolo professionale e non sufficientemente considerata (ti stai spaccando le ossa per dimostrare quanto sei preparata), ti fai rigirare le palle e nemmeno questa volta rispondi tentano
3.Nfermiè (infermiera) – oramai stufi, credendo che tu debba essere contenta perché ti è stato assegnato il massimo ruolo professionale che la vita può riservare ad un essere di sesso femminile. Se tu, la nfermiè, a questo punto ti incazzi sul serio e decidi di rispondere sprezzante: “io sono un medico !!” spennellando di veleno di vipera soprattutto le parole io e medico, si passa a
4.Professorè (professoressa): un triplice salto mortale con avvitamento all’indietro nella scala della gerarchia professionale. Se da bella fè sei diventata medico, allora devi essere per forza una professoressa, una dea della tua categoria !
“Signurì, mi devi ricoverà a forza !” – era determinato.
Fu forse tanta determinazione che mi convinse a sedermi e a starlo ad ascoltare.
“Ma perché ? Stai bene, non hai disturbi, e poi il posto letto io non ce l’ho. Dove ti metto?”- cercai di farlo ragionare.
“A me addove mi metti non m’importa, abbasta che mi ricoveri !!” – era perentorio.
“Va bene ti ricovero, ma dimmi perché vuoi essere ricoverato”- stavo cedendo per curiosità.
“Pecchè mogliema sta ricoverata pur’essa” – era addolorato, preoccupato.
“In questo reparto?”- risposi pensando a quanto forte potesse essere l’amore coniugale e non a quanto fossi cretina io.
“No, a un altro che a me non mi cci vonno.” Ero intenerita. A quella veneranda età desiderare di seguire l’amore della sua vita anche a costo di subire un ricovero ospedaliero! Il dubbio della mia stupidità non diede segno di sé.
“Ma in quale reparto sta tua moglie?”- chiesi sollecita, oramai decisa ad aiutare il ricongiungimento amoroso (l’ho visto anch’io il Dottor Zivago).
“Non lo so, non lo so come si chiama !”
“Va bene, dimmi che cosa le hanno fatto e cerchiamo di capire in che reparto è ricoverata” – organizzai con metodo deduttivo, Madre Teresa degli innamorati.
“C’hanno messo il vibratore” – e sorrise con orgoglio.
Gli infermieri che erano con me si arrestarono, ognuno dei due paralizzato nel preciso atto che stava compiendo in quel momento, un fermo immagine.
“Dove glielo hanno messo il vibratore ?” – chiesi idiota in stato stuporoso.
“Dentro !”- la risposta secca, netta, pulita arrivò come una pistolettata.
Ad uno degli infermieri cadde di mano quello che c’era. Non so cosa fosse ma fece molto rumore. L’altro sbattè violentemente il capo contro lo stipite della finestra verso la quale, in stato catatonico, si era a sua insaputa diretto. E il colpo lo scosse. Si rianimò urlando:
“Ma come ti permetti ? Vieni qua a fare lo spiritoso con la dottoressa. A quest’età! Il vibratore hanno messo. Dentro ! E dentro dove ?” – l’ecatombe, la furia devastante del cretinismo acquisito aveva fatto scempio di noi tutti. Ci guardammo per un attimo consci del disastro imminente.
“Dentro a gl’core !!” – urlò spaventato e non più così determinato a farsi ricoverare in un reparto gestito da pazzi.
Avevano impiantato un defibrillatore cardiaco, un pace maker. Parole straniere.
“Sei molto preoccupato ?” non so come mi venne. Volevo ridare una parvenza di normalità all’assurdo categorico.
“No,no !”– mi tranquillizzò sereno come un economista -“Me serve quaccuno che me fa a magnà ! Tenete pure i termosifoni. Assesì risparmio luce e legna”.
L’ho ricoverato. Perché il mio è un lavoro doppio. Per ironia.
III
Posted in terrastraniera on settembre 17th, 2010 by terrastranieraDurante il mio primo turno di guardia notturna, mi mandarono su dal Pronto Soccorso un uomo proveniente da un paese arabo. Era giovane; mi disse in un italiano smozzicato di sentirsi bene, di non avere nulla. Si, era vero, per tutto il giorno aveva avuto un dolore al petto, ma ora era passato. No, non soffriva di nessuna malattia e non prendeva farmaci a casa. Voleva andare a casa, stava bene. Era sfuggente, diffidente, incazzato. Non mi fidai, feci fare analisi del sangue, controlli cardiologici. Era tutto a posto. Alle due del mattino si addormentò maledicendomi e mi addormentai anch’io. Tre ore dopo mi svegliò l’infermiere urlando che era morto all’improvviso. Corsi, chiamai il rianimatore, il cardiologo. Era in arresto cardiaco. Lo rianimammo una, due, tre volte. Alla quarta era tutto finito. Era morto. Morto. Di cosa ? ci chiedemmo all’unisono. Chi dovevamo avvertire ? Non c’erano né familiari nè amici con lui, non aveva lasciato numeri di telefono. Aveva un cellulare con una foto di Bin Laden come screensaver. La rianimatrice, per mestiere avvezza allo sprezzo del pericolo, schiacciò sul volto di Bin Laden (le torri gemelle erano già cadute) alla ricerca disperata di un contatto. Risposero voci urlanti in arabo assoluto. Lei urlava in italiano isterico. Il baratro, il vuoto.
“Stranieri – disse ad un certo punto il cardiologo, rompendo l’isteria – stranieri – ripetè.
Lo guardammo attonite, era una constatazione, un rammarico, era razzista, cretino, confuso ?
“Pronto ?” – rispose all’improvviso una voce maschile
“Pronto, pronto, pronto !!” – continuava ad urlare la rianimatrice, oramai certa che nessuno al mondo sarebbe stato mai più pronto.
“Chi sei tu che dice pronto, pronto ?” – disse la voce con una serena logica zen.
“Chiamo dall’ospedale, sono un medico, lei è un parente del signor Massud Ahmad ?”- era un po’ più calma, sorrideva, il mondo era meno ostile, meno straniero.
“Tu dice che vuoi. Io conosce lui, tu dice, io capisce !” –
“Il signor Massud è morto” – lo disse in un fiato, stremata, maledicendo il momento in cui aveva schiacciato la faccia di Bin Laden.
“Io sa. Tutto a posto, lui morto, ok, ok !” – tu,tu,tu,tu,tu……
Aveva riattaccato, sapeva, tutto ok. Cosa sapeva ? Come faceva a saperlo ? Forse parlava di un altro Massud, non aveva capito bene, forse non parlava così bene l’italiano …..
“L’hanno ammazzato” – sentenziò il cretino, che forse proprio così cretino non era.
“Chiediamo l’autopsia” – dissi io, da sempre abituata a trasformare i dubbi e le emozioni in parole somiglianti alla concretezza.
“Si, l’autopsia, chiediamo l’autopsia, si, si !!” – abboccarono. E’ stupefacente come gli esseri umani seguano ciecamente, in condizioni di stress, ologrammi di qualsiasi cosa, invece di sedersi, prendersi la testa fra le mani e aspettare che passi.
“E’ scoppiato il cuore” – disse sereno l’anatomopatologo qualche giorno dopo.
“Che vuol dire è scoppiato il cuore ? Porca puttana ! Che cazzo di modo di parlare è ? Ma dove siamo in una macelleria ? Da un gommista ? Abbiamo preso tutti la stessa laurea ?! Ma tu, all’esame di anatomia patologica, avresti risposto così ? E’ perché non riuscivi a superarlo che ti sei laureato in ritardo ? ”
E’ una mia caratteristica, quando qualcuno mi sta sulle palle, faccio di tutto per farmi amare.
“E’ scoppiato il cuore” – ripetè con la stessa sicurezza, con uno sguardo ottuso colmo di odio (da circa 10 anni non mi rivolge più la parola).
Decidemmo, con il cardiologo e la rianimatrice, di scrivere un case report. Ci fu qualche obiezione (lei soprattutto, credo per lo schock subìto) rispetto al fatto che i dirigenti di Al Qaeda avrebbero potuto leggerlo e far scoppiare il cuore anche a noi. Si rassicurò quando le dissi che le riviste scientifiche italiane difficilmente sarebbero state sottoposte all’attenzione dei capi del terrorismo internazionale:
“Prossimo attacco al Papa, a seguire Buckingham Palace, l’Eliseo e, per chiudere in bellezza, i medici ciociari. Allah ci guida ! Tutto il mondo parlerà di noi !! Poco credibile” dissi.
Guardai il cretino, certa che avrebbe sorriso. Invece fece una smorfia preoccupata del tipo: non si sa mai ! Era cretino come una porta.
Tutto a posto, tutti d’accordo, si parte, si può scrivere. Comunicai al mio primario il progetto:
“Vorremmo scrivere un case report sul ragazzo arabo morto qualche giorno fa.”
Mi guardò interdetto, mi disse che ci avrebbe pensato, che mi avrebbe fatto sapere, che non era sicuro, che bisognava stare attenti. Oddio ! Aveva anche lui paura di Al Qaeda !
Uscii dalla stanza anestetizzata, stavamo subendo un attacco con armi biologiche ? Quale virus stava colpendo irrimediabilmente le circonvoluzioni cerebrali degli autoctoni ?
Qualche minuto dopo lo sentii urlare:
“Cosa vuole scrivere quella ? A chi vuole scrivere ? Ci vogliamo mettere in mezzo i carabinieri ?”
Compresi la banale verità: non sapeva cosa fosse un case report. Mi rassegnai. Case report è una parola straniera.
II
Posted in terrastraniera on settembre 17th, 2010 by terrastranieraNon mi ricordo assolutamente nulla del mio arrivo in ospedale. Non un volto, un’espressione. Tutto ora mi sembra avvolto da una nebbia fittissima. Mentre parlavo con il primario per presentarmi, si palesò l’assoluta convinzione di chiunque entrasse per caso nella stanza, che io fossi un’informatrice farmaceutica. Dopo quattro o cinque volte che la scena si ripeteva, mi sentii autorizzata a chiedere il perché di tanta ostinata certezza.
“Perché i medici donna sono brutti” – spiegò con assoluta naturalezza il primario – “tu no !” – aggiunse premuroso, temendo che non avessi compreso il profondo concetto espresso. In otto parole mi aveva dato della cretina, aveva offeso la categoria medica femminile e tutte le donne in generale. Gli parlai dei progetti di cui in quel momento mi occupavo all’Università, della necessità di tornare qualche volta a Roma per non mandarli a puttane (non dissi così ma lo pensai fortemente), della disponibilità ad accorpare i turni pur di avere un giorno libero in più, del sudore e sangue che avevo buttato su quei fottutissimi neuroblasti primari e che sarebbero sicuramente morti senza di me (ci affezioniamo ai dolori forti della vita, ci fanno compagnia), e bla e bla e bla, bla, bla….
Mi guardava ironico, furbesco, non capiva un cazzo di quello che stavo dicendo e non gli interessava. Ripeteva “ Vediamo. Vediamo che si può fare”. Non era un caso che non usasse il futuro come tempo verbale. Usando il presente indicativo negava l’esistenza di un possibile futuro alle mie richieste, negava il mio futuro. Entrò un’infermiera, una di quelle anziane, assunta in ospedale tanti anni prima come portantina e poi assurta al ruolo superiore non per capacità ma per consuetudine. Mi guardò, sorrise al primario sorniona:
“Tu sei dottoressa ? “
“Si” – risposi laconica
“Sei di fuori o sei di qua ? “
“Di fuori” (di Roma era meglio tacere !)
“Dottorè, tu da qua non te ne vai più !!” – vaticinò.
Ebbi paura, mi sembrò una maledizione, un rito woodoo de noantri.
“Me ne vado, me ne vado presto !!” – la rassicurai, mi rassicurai. E mentre lo facevo compresi che in quel momento aveva infilato centinaia di spilli su una bambolina alla quale aveva dato il mio nome.
La strada per il cuore
Posted in Riflessioni on settembre 17th, 2010 by terrastranieraGuardiana del tuo dolore
mentre vivi
con gli occhi pieni
di una musica muta.
Attenta al rumore
della tua cieca energia
per darti la prova
di un silenzio ordinato.
Avvilita rincorro
la tua insonne follia
e ripeto parole uguali,
muri assillanti
contro la morte.